ETEREA POSTBONG BAND & IL DESTINO DEL ROCK pt.2

27 08 2008

Li vidi per la prima volta su un palco quattro anni fa, e non mi piacquero granchè. Ebbi l’equivalente musicale della sensazione di un’abbuffata caotica: mezza pizza, due spicchi di mela, un negroni, mezzo croissant, un caffè, altra mezza pizza… Uscii dal locale un pò frastornato ed andai a dormire. Il giorno dopo mi svegliai e fui colpito dal fatto che ricordavo – quasi distintamente – almeno tre o quattro pezzi. Decisi di rivederli. Fu difficile per varie ragioni, e mi dovetti sobbarcare personalmente parte delle spese di viaggio perchè il caporedattore non vedeva il motivo di uno spostamento così sproporzionato rispetto alla notorietà del gruppo, da lui stesso definita irrisoria. Ma valse la pena. Erano in forma, meglio della prima volta. Iniziavo a capire che per entrare totalmente nel loro viaggio, dovevo lasciarmi indietro parte dei miei parametri. Dovevo ripensare criticamente a quello che credevo essere un teorema assolutamente basilare della musica moderna: che le migliori composizioni sperimentali, quelle che a ragione possono essere definite innovative, dovessero essere necessariamente d’ascolto, difficili. Per pochi eletti. E se ci fossi stato solo io là, in quella calda, sudata stanza, probabilmente non avrei mai messo in discussione quella regola, perchè ciò che l’impianto diffondeva era qualcosa che non riuscivo a definire, ma che possedeva un’energia fortissima, centripeta. Alle mie orecchie arrivava un suono strutturato eppure libero, veloce eppure dilatato, dissonante eppure melodico. La cosa mi irritava. Pensai una roba tipo: sono giovani, non sanno quello che fanno e per il momento gli sta andando bene. Ma fraseggio dopo fraseggio, dinamica dopo dinamica, mi accorsi – con orrore – che il problema non erano le note, ma le mie idee. Intanto le prime file pogavano. Dietro, una ragazza con la frangetta ballava ad occhi chiusi con un’amica. Tre ragazzi – proprio davanti a me – discutevano animatamente sul significato di un campione di voce e tendevano orecchie ed indici alle casse, ammutolendosi all’arrivo del suono in questione. Notai una stranissima frangia di personaggi attempati che stazionava sul bancone del bar scambiandosi enigmatiche occhiate, a tratti ipnotizzati, a tratti visibilmente irritati. Scorsi in loro una parte di me che non mi piaceva affatto. Ma proprio per niente.


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2 risposte

9 09 2008
Andrea Mantegna

Lasciatelo dire: hai un caporedattore stronzo come pochi!
vai così

20 09 2008
MARTAlost

Quelli sduti al bancone mi fanno tenerezza :d
non diventerai mai come loro te
GERONIMO
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ho capito chi sei – lascia i soldi sotto il tappetpo o spiffero a tutti la tua identità,signor Clark Kent

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