RICORDI DI UNA REDAZIONE NEL CAOS

16 12 2008

free pressDurante gli anni ottanta, scorrazzavo in una delle redazioni più numerose d’Italia. Era come avere una seconda famiglia, ma senza l’affetto, la protezione e la sicurezza della prima, e col quintuplo delle rogne, del casino e dei litigi per il bagno. In quel periodo, l’idealismo dei miei colleghi aveva raggiunto vette messneriane. Il conflitto verso quella opprimente calotta di lustrini e sorrisi non poteva rimanere irrisolto, avrebbe dovuto sfociare per forza in un nuovo modo di vivere, in un nuovo modo di essere, in un nuovo modo di sentire, per forza e con forza. C’era chi, per reazione, aveva fatto la scelta più rigorosa ed etica: si era gettato nel calderone del trash metal, corna alte e maglia XXL con tanfo di sudore incluso. Poi, nei primi novanta, le cose iniziarono a cambiare. Ricordo una storica copertina di rivista fashion che passò da Boy George a Kurt Cobain senza sfumature intermedie. Era giunta nuovamente l’ora degli anti-eroi, dei falliti, della gente che non sorrideva più, non rassicurava più e che a momenti non parlava neanche. Le riviste volevano essere meglio dei loro vetusti predecessori che con il loro spirito di conservazione persero il treno del punk in tronco, sbeffeggiati da luminari e musicisti. Era il punk che stava tornando, anche se mutato in un nuovo ibrido la cui natura faceva breccia molto più facilmente e molto meno traumaticamente del punk: questa era la tesi. E intanto, da dietro l’angolo, sbucavano gli algoritmi dell’elettronica, stufa di essere sottofondo per nuove balere e finalmente disposta a sporcarsi di vita vera. Alcuni lunedì mattina, un folto gruppetto di giornalisti arrivava al lavoro coi pori aperti, le pupille dilatate e recensioni ancora da fare di anonimi dj austriaci, di cui – dopo caffè, cracker e qualche ora di lavoro – arrivavano a confessare: “quando il tuo corpo balla, la mente non muove obiezioni: album dell’anno”. In redazione comunque il clima era vivace, attento alle avanguardie, ma esclusivamente a quelle che sarebbero potute diventare di interesse pubblico: un’altra top chart è possibile, lo spirito del momento era tutto riassunto in questo motto. Ma ecco – alle porte del nuovo millennio – che si iniziò a sentir parlare di un presunto bisogno di ritorno alle radici. D’accordo, dissero alcuni. Era forse ora di un recupero della musica classica? No, disse il direttore. Neotribale e robe del genere? No. Forse la tarantella? No. Il direttore aprì il cassetto della scrivania, ci ficcò le mani pelose, guardò tutti negli occhi e poi estrasse un numero di Vogue con gli Strokes in copertina: “rocchenroll ragazzi, rocchenroll”. Il più vecchio della redazione lasciò il giornale pochi giorni dopo, assieme alla mia dignità.


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2 risposte

16 12 2008
AnnaMagnani

dai che di dignità ne hai ancora un pochina vero?

17 12 2008
Piero

mitico!

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