Durante gli anni ottanta, scorrazzavo in una delle redazioni più numerose d’Italia. Era come avere una seconda famiglia, ma senza l’affetto, la protezione e la sicurezza della prima, e col quintuplo delle rogne, del casino e dei litigi per il bagno. In quel periodo, l’idealismo dei miei colleghi aveva raggiunto vette messneriane. Il conflitto verso quella opprimente calotta di lustrini e sorrisi non poteva rimanere irrisolto, avrebbe dovuto sfociare per forza in un nuovo modo di vivere, in un nuovo modo di essere, in un nuovo modo di sentire, per forza e con forza. C’era chi, per reazione, aveva fatto la scelta più rigorosa ed etica: si era gettato nel calderone del trash metal, corna alte e maglia XXL con tanfo di sudore incluso. Poi, nei primi novanta, le cose iniziarono a cambiare. Ricordo una storica copertina di rivista fashion che passò da Boy George a Kurt Cobain senza sfumature intermedie. Era giunta nuovamente l’ora degli anti-eroi, dei falliti, della gente che non sorrideva più, non rassicurava più e che a momenti non parlava neanche. Le riviste volevano essere meglio dei loro vetusti predecessori che con il loro spirito di conservazione persero il treno del punk in tronco, sbeffeggiati da luminari e musicisti. Era il punk che stava tornando, anche se mutato in un nuovo ibrido la cui natura faceva breccia molto più facilmente e molto meno traumaticamente del punk: questa era la tesi. E intanto, da dietro l’angolo, sbucavano gli algoritmi dell’elettronica, stufa di essere sottofondo per nuove balere e finalmente disposta a sporcarsi di vita vera. Alcuni lunedì mattina, un folto gruppetto di giornalisti arrivava al lavoro coi pori aperti, le pupille dilatate e recensioni ancora da fare di anonimi dj austriaci, di cui – dopo caffè, cracker e qualche ora di lavoro – arrivavano a confessare: “quando il tuo corpo balla, la mente non muove obiezioni: album dell’anno”. In redazione comunque il clima era vivace, attento alle avanguardie, ma esclusivamente a quelle che sarebbero potute diventare di interesse pubblico: un’altra top chart è possibile, lo spirito del momento era tutto riassunto in questo motto. Ma ecco – alle porte del nuovo millennio – che si iniziò a sentir parlare di un presunto bisogno di ritorno alle radici. D’accordo, dissero alcuni. Era forse ora di un recupero della musica classica? No, disse il direttore. Neotribale e robe del genere? No. Forse la tarantella? No. Il direttore aprì il cassetto della scrivania, ci ficcò le mani pelose, guardò tutti negli occhi e poi estrasse un numero di Vogue con gli Strokes in copertina: “rocchenroll ragazzi, rocchenroll”. Il più vecchio della redazione lasciò il giornale pochi giorni dopo, assieme alla mia dignità.
dai che di dignità ne hai ancora un pochina vero?
mitico!